Limonov – Una stroncatura

Io non ho il dono della sintesi recensoria di uno Zerocalcare, ad esempio, quando conclama in meno di 30 secondi che Bandersnatch è una benemerita cagata, con tanto di argomentazioni insindacabili. E di questa mancanza di capacità di sintesi me ne scuso. Ora, che la stroncatura-pippone abbia inizio!

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Alla fine del suo Limonov (Adelphi, Milano 2012), l’autore Emmanuel Carrère si domanda retoricamente come mai non riesca a trovare al suo personaggio (e al suo libro) un finale all’altezza di quanto raccontato, folgorante o degnamente umile, che concluda in modo vagamente memorabile la storia raccolta. La risposta – non quella assolutoria che si dà Carrère – è implicita nelle pagine scritte fino a quel punto e nella stessa vita di Limonov, che non è straordinaria (nel bene o nel male) a sufficienza come l’autore avrebbe desiderato.
Partiamo da quest’ultimo aspetto: la vita del personaggio.

Parte prima: il personaggio Limonov

Limonov è un individualista che è sopravvissuto scrivendo libretti scorretti e scandalistici in epoche in cui una cosa del tipo “mi piace farmi inculare dai neri al Central Park” si poteva fare ma non si doveva dire. Rimettiamo le cose al loro posto: la vita di Limonov non è neppure lontanamente paragonabile a nessuna delle biografie di scrittori russi a cui viene accostata durante il libro – Pasternak, Brodskij, Solženicyn, ecc. –, nei confronti delle quali essa non raggiunge mai ugualmente né un punto minimo di miserabilità indicibile né un apice di meraviglia ed eccezionalità tale da risaltare.
La marginalità nella storia russa, politica e culturale, dalla quale Limonov sembra volersi emancipare per assurgere a una qualche centralità – nel modo in cui ce lo descrive Carrère – è esattamente il luogo che gli spetta: il ritratto che involontariamente emerge dal libro, infatti, non è quello di un emblema sovietico di volontà di potenza rimasta sotto scacco (prima in ambito letterario-artistico, poi politico), di un inetto in senso novecentesco, di un “uomo qualunque” rimasto invischiato nelle maglie della storia entro cui esprime le sue non-qualità, ma è l’immagine di uno stronzo qualsiasi, ipocrita, ambiguo, narciso, velleitario oltre modo, prigioniero di una considerazione di sé che probabilmente il libro di Carrère ha contribuito a rinsaldare.
Le dimostrazioni di ciò stanno proprio in alcuni episodi chiave descritti nel libro, soprattutto dal momento in cui l’impegno di Limonov si sposta dalla sfera letteraria a quella politica. Facciamo degli esempi.
1) Nella crisi costituzionale del 1993, quando l’opposizione a Eltsin occupò la “Casa Bianca” (l’edificio presidenziale russo) a Mosca, Limonov era lì con gli occupanti e ci rimase – guarda caso – proprio fino al giorno prima che l’esercito russo facesse irruzione nel palazzo e lo mettesse a ferro e fuoco trucidando alla cieca gli oppositori. Carrère dice che “commise un grave errore”, quello di uscire dalla Casa Bianca (a poche ore da che l’avevano occupata) per andarsi a fare una doccia a casa sua. Una cosa piuttosto sciocca: anche un bambino sa che in una fase delicata di occupazione (di un palazzo del potere come di una bocciofila) non si può uscire (per farsi una doccia, poi) perché il rischio minimo è quello dello sgombro. Insomma, dovremmo credere da Carrère che l’igiene personale salvò in quella circostanza la vita a Limonov e gli impedì – ahilui! che rammarico! – una morte eroica (o un arresto eroico) come combattente per la libertà. Ma andate a cagare tutti e due…
2) Delle varie situazioni di confusione bellica nei Balcani in cui si infila e di cui il libro fa menzione, nelle quali Limonov sembrerebbe aver svolto un ruolo militarmente attivo e addirittura “indicibile” – nelle vesti forse di assassino senza scrupoli – non viene restituito un solo dettaglio concreto. Carrère, in modo quasi certosino, si preoccupa di non approfondire né di verificare nessun evento e nessuna informazione che riguardano i mesi trascorsi di Limonov nei Balcani nel bel mezzo delle rappresaglie e vendette tra bosniaci e croati. Tutto ciò che rimane al lettore è a malapena il racconto di un fotogramma di un film in cui si vede di spalle, in secondo piano, Limonov che prova a sparare impacciato e infantile con un fucile verso il nulla. La paura di Carrère, almeno quella dichiarata nel libro, è proprio quella di scoprire nefandezze per lui insostenibili compiute dal suo eroe, che lo metterebbero in profondo disagio col lettore oltre che con sé stesso. Ma che cazzo di giustificazione è?! Decidi di descrivere la vita di un tizio perché è controversa e poi rinunci a indagare e descrivere proprio la parte più opaca e controversa?! È come se Dante avesse scritto la Commedia ma a un certo punto avesse deciso di accennare solo vagamente all’Inferno, perché era la parte più vergognosa e scandalosa del mondo ultraterreno architettato da Dio. It doesn’t make any sense.
3) Che Limonov sia un elemento marginale, più utile alla politica e alla cultura russa di regime per mantenere agli occhi dell’Occidente ignaro la parvenza e il simulacro di una opposizione, piuttosto che alla società russa per risvegliare un vecchio orgoglio di resistenza al controllo dittatoriale esercitato da Putin e dagli altri oligarchi, è manifestato ancora meglio nella descrizione della prigionia di Limonov a Lefortovo (prigione dura a Mosca, ma non certo un campo di lavoro in Siberia) e soprattutto nel modo in cui viene tirato fuori dal carcere proprio perché ridiventa improvvisamente utile come “foglia di fico” al regime in qualità di oppositore artistico-politico. Un uomo come tanti, insomma, se si considera che chiunque abbia avuto addosso in Russia in certi periodi storici il solo sospetto di essere un oppositore si è fatto almeno un po’ di prigione, ma nel caso di Limonov manca pure quel grado di meschinità volontaria ulteriore che giustificherebbe il racconto della sua storia.
4) Un ultimo esempio sull’esiguità umana e politica di Limonov: a p. 292, in un breve pezzo di testo, Carrère liquida velocemente il fatto che nel 1996 Limonov indica al suo movimento politico di appoggiare Eltisn alle elezioni presidenziali contro Zjuganov. La giravolta a 361 gradi del capo che addirittura tre anni prima voleva assediare e occupare il palazzo di Eltsin e mandarlo a morte (vedi punto 1 di questi esempi) viene giustificata in mezza riga adducendo un paradosso di una infantilità politica che un biografo serio non prenderebbe per buono neppure se lo trovasse redatto a sangue su carta filigranata dell’epoca e sigillato presso un notaio che ne custodisce l’integrità e l’autenticità, e cioè questo: votare Eltsin perché “più si precipita nel caos e meglio è per la rivoluzione”. Siccome non basta di per sé il paradosso a giustificare un cambio di casacca così infame per uno “integro” come Limonov, Carrère aggiunge che in realtà il suo eroe in quel periodo era devastato dalla fine della relazione con la sua compagna di allora. Ah beh, allora… Vien da pensare che se fosse stato in Italia avrebbe proposto ai suoi di votare Malgioglio.
Carrère, per farla un po’ più “grave”, dice che dopo questa girandola politica, Limonov fu sospettato di essere un infiltrato al soldo del Cremlino. Questo appunto mi ha ricordato la vicenda artistica e biografica di Heiner Mueller, autore drammatico dell’ex Germania Est, ritenuto l’erede eretico di Brecht: Mueller, dopo aver raggiunto il successo planetario che non era concesso a nessuno scrittore della DDR (a meno che non fosse fuggito a ovest), e dopo esser stato divorato da un cancro all’esofago e da una serie di tragedie personali le cui immagini potenti sbucano a tradimento in molte delle sue opere (si pensi al monologo di Ofelia in Hamletmachine), morì portandosi dietro il sospetto di aver collaborato per diverso tempo con la STASI. Negli ultimi anni della sua vita, Mueller rispondeva alle interviste con citazioni da Shakespeare, da Sofocle e da Brecht, citazioni sofisticate e contraddittorie, che gli permettevano di sviare la contingenza della domanda per riportare il discorso sempre al senso e al destino di catastrofe e tragedia inconsapevole a cui – a suo giudizio – si stavano abbandonando l’Europa e l’umanità. Il suo pessimismo lo salvò sempre dalla mediocrità di Limonov, così come la perfetta coscienza che il successo (ad ovest soprattutto) rappresentasse per uno come lui – che aveva vissuto una guerra senza combattere battaglie – l’emblema della sua stessa morte, della sua stessa insignificanza culturale e artistica, oltre che politica.
Proprio a confronto con una figura perennemente straniata da sé stesso come Mueller, Limonov appare un parvenu della vita stessa, un tronfio estimatore della propria immagine ambigua e controversa che non ha mai avuto il coraggio di condurla alle sue estreme conseguenze o di smascherarla pubblicamente, come invece fece Mueller.
Ma se questa è una considerazione, forse ingiusta (dato che mi baso soltanto sul pessimo libro di Carrère), sull’uomo Limonov, la questione più grave riguarda la sua inadeguatezza come personaggio letterario/romanzesco (dato che il libro è una biografia molto romanzata). Leggendo Limonov ho avuto spesso in mente la figura di William Stoner, protagonista del romanzo Stoner di J.E. Williams; mi appariva come contraltare insulso ma incredibilmente limpido e onesto di personaggio letterario: un uomo normale, a fatica emancipatosi dalla condizione familiare di provenienza e poi invischiato negli ordinari fallimenti della vita coniugale della provincia americana del secondo Novecento, vissuto più che vivente.
Nel suo essere all’estremo opposto di Limonov sotto ogni punto di vista, e per di più protagonista di un libro senza infamia e con pochissime lodi, la parabola umana di Stoner mi è sembrata più densa e verosimile, più vivace e varia del polpettone di eventi e fughe che costellano la biografia di Limonov: nell’onestà dimessa di un personaggio di finzione quale Stoner ho, in sostanza, riconosciuto un contenuto di verità minimo che non si palesa mai nella sofisticazione roboante e verbalmente colorita della costruzione letteraria delle vicende biografiche di Limonov. Ma questo è un problema che concerne più l’autore che il personaggio, e perciò veniamo finalmente alla…

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Parte seconda: l’autore Carrère

Qualcosa è già venuto fuori, ma ora è il momento di dirlo chiaramente: il vero problema del libro non è Limonov, ma Carrère, il modo in cui il libro è scritto, insomma, e l’atteggiamento che l’autore assume al suo interno.
Innanzitutto, che cos’è Limonov? Una biografia? Un romanzo? Nessuno dei due strictu sensu, è un ibrido, cosa di per sé non sbagliata, ma purtroppo è un ibrido fatto male essenzialmente per due motivi: Carrère tratta l’oggetto del suo discorso biografico allo stesso modo di un personaggio letterario, e al contempo l’autore si pone nel libro come narratore onnisciente.
Da nessuna parte è descritto il modo in cui egli ha raggiunto questa onniscienza, e quindi nessuno – soltanto leggendo il libro – è in grado di dire se essa sia vera o presunta. Ad ogni modo, non vengono mai specificati la tipologia delle ricerche fatte sulla biografia di Limonov, i documenti consultati e le altre testimonianze al netto delle interviste allo stesso Limonov (le cui affermazioni avranno pur dovuto esser verificate da qualche parte e in qualche modo), ecc.
Sulla base di questo deficit di informazione, che incrina del tutto la possibilità di leggere il libro come una biografia tout court, si innesta un altro grave equivoco: spessissimo Carrère parla con la voce interiore di Limonov, ossia descrive dettagliatamente anche i più minuziosi pensieri del suo personaggio (in discorso indiretto libero). Ma di chi sono realmente questi pensieri? Sono stati riferiti da Limonov a Carrère (e in tal caso sono stati verificati nel confronto con altre testimonianze, magari di persone presenti con Limonov nei momenti descritti)? Sono una interpretazione di Carrère di quanto descrittogli da Limonov? Sono una ipotesi realistica di comportamento mentale del personaggio sulla base delle informazioni prese dall’autore? Boh. Non si sa, non si capisce. L’onniscienza del narratore finisce col ridursi a una vaga idea di immedesimazione tra autore e personaggio che non rende interessante la scrittura del primo né dà conto con verosimiglianza delle azioni e della vita del secondo.
Questo, che magari per qualcuno è un pregio, a me ha fatto incazzare come una biscia. Come posso investire il mio sentimento empatico e la mia intelligenza (emotiva e non) di lettore in una scrittura che pretende di riferire qualcosa di vero giocando tutto sulla confusione dei due piani di finzione letteraria e realtà dei fatti? L’impossibilità di distinguere i due livelli mette seriamente in crisi la credibilità di ogni singola parola, sia che riferisca un pensiero del personaggio sia che racconti un evento.
Ma volendo con decisione e senza rimpianti svolgere lo switch da biografia a romanzo, il lettore si rende conto che il problema della credibilità della scrittura – non più vincolata alle leggi della verificabilità storica, ma soltanto a quelle dell’autenticità e necessità dell’ispirazione letteraria – si aggrava ulteriormente e drammaticamente quando questa immedesimazione implicita tra autore e personaggio viene occasionalmente interrotta attraverso il racconto in prima persona dell’autore di brandelli della propria vita (o delle proprie teorie politiche e artistiche), i quali – al netto del fatto che risultano del tutto inutili e poco interessanti – esprimono con manifesta fierezza l’ego autocompiaciuto e borioso di Carrère, che comunque trasuda anche nelle pagine in cui il protagonista è Limonov.
Questa centralità di Carrère è insostenibile: mistifica ancora di più il racconto biografico sul personaggio (su cui comunque da lettori abbiamo già detto amen) e soprattutto, benché esibita con il pretesto di rendere più comprensibile la dinamica di certe azioni e di alcuni passaggi (storici e personali di Limonov), non aiuta a creare una consapevolezza reale del contesto mutevole della narrazione, il quale viene richiamato con quadretti superficiali e semplicistici (talvolta contraddittori, se si pensa alle pagine in cui si descrive l’ascesa e caduta di Gorbačëv) che tutt’al più fanno pensare a una versione un po’ pulp di una paginetta di Wikipedia.
Dunque, Limonov è una biografia del tutto non credibile, e al contempo è un romanzo costantemente inautentico, affetto da una sorta di bulimia egocentristica, attraverso cui il personaggio Limonov viene costantemente ingoiato e poi vomitato sulla pagina dallo stomaco di Carrère. E se il personaggio perde la sua densità a scapito della necessità incontenibile dell’autore di apparire nell’inquadratura, il romanzo salta, perde ogni senso, ogni interesse.
Alla fine di tutto questo, dunque, spero si capisca che non mi capacito come possa esser stato un libro così ben acclamato. C’è davvero del marcio in Danimarca…

Vabbè, è finita… ho svuotato tutta la bile… e con questa ho mandato a fanculo pure Limonov di Carrère una volta per tutte.

 

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